Sergio Rubini e il suo cinema: tra radici, futuro e passione

Sergio Rubini e il suo cinema: tra radici, futuro e passione

28 Marzo 2025 0 Di Cinestorie

Sergio Rubini è stato il protagonista del quarto “Incontro di Cinema” al Teatro Petruzzelli per il Bif&st 2025. Dopo la proiezione del film Il viaggio della sposa e del cortometraggio La tela, Rubini ha espresso la gioia di tornare a casa, nella terra che ha sempre raccontato fin dai tempi de La stazione, realizzato nel 1989 grazie al produttore Domenico Procacci.

Il cinema in Puglia e il sogno di un’Europa federata sull’arte

Rubini ha ricordato le difficoltà iniziali del cinema in Puglia: «A inizio 2000, a luglio, sulle spiagge salentine non c’era nessuno per girare un film. Oggi la nostra realtà è cambiata. Tra tradizione, storia e paesaggi, la Puglia dovrebbe fare da modello». Ha sottolineato l’importanza della Apulia Film Commission e il ruolo di Niki Vendola nel sostenere questa crescita.

Nel cortometraggio La tela, un contadino viene incaricato di consegnare un quadro importante. Questo personaggio, che parla a “mugugni”, si innamora del dipinto, come se scoprisse per la prima volta la bellezza. Per Rubini, l’arte è così potente da poter immaginare un’Europa unita proprio su cultura e creatività. Ma oggi la politica mette in discussione questo sogno: «Fare un accordo con chi dice che l’Europa è il suo primo nemico? E come si fa?».

Sergio Rubini al Teatro Petruzzelli

La forza del cinema e il valore della cultura

Rubini ha ribadito il potere del cinema come linguaggio universale: «La forza del cinema è che non ha confini. Ciò che crea barriere e produce paura è l’ignoranza. La conoscenza unisce, dovremmo puntare sulla cultura: il nostro vero patrimonio». Ha sottolineato l’importanza di difendere le sale cinematografiche e gli spazi di socialità, minacciati dall’isolamento tecnologico: «Il mondo globale, in continua evoluzione, ci impone di sapere e ricordare chi siamo per non diventare altro».

Rubini ha parlato anche del recente successo della fiction Leopardi su Rai Uno: «È andata benissimo. Ma è stato anche un grande dubbio. Verrà guardata? La Rai non ha creduto in me, ma nel suo pubblico. Questo è fondamentale. Bisogna credere nella parte buona del pubblico, che trascinerà gli altri più addormentati».

Cinema vs serialità: il valore di una storia che finisce

Secondo Rubini, il cinema ha un valore narrativo superiore alla serialità televisiva: «Le serie che continuano all’infinito non spingono a riflettere. È nella conclusione di una storia che si manifesta il suo significato, per questo il linguaggio cinematografico va salvato perché salva noi». Ha poi aggiunto un’affascinante analogia: «Se Gesù moriva in croce e la storia fosse finita lì, sarebbe stata la storia di un millantatore. Risorge, quindi è il figlio di Dio. La lunga serialità ha il problema di non finire mai, ci tiene compagnia, come un animale domestico, ma non tiene il punto. Eventualmente va realizzata con lo sguardo del cinema. Un film è più impegnativo».

Sergio Rubini e Angela Prudenzi

Il mestiere dell’attore: tecnica e inesplorato

Rubini ha riflettuto sulla complessità del lavoro attoriale e sul rapporto con gli interpreti: «Si dice che gli attori siano strumenti. No, così non funziona. Per cavare loro l’anima, occorre metterci la propria anima». Nel descrivere il suo rapporto con gli attori, Rubini ha citato la scena shakespeariana in cui Rosencrantz e Guildenstern pretendono di poter trattare Amleto come uno strumento da suonare. “Un essere umano è più complesso di un legno con quattro buchi. Gli attori sono fatti di ossa, dolori, aspirazioni, sono strumenti che non sappiamo suonare. Se pensiamo di trattare gli attori come strumenti senza tenere conto della loro anima, otterremo come risultato delle note stonate”.

Sul mestiere dell’attore, ha poi aggiunto: «Il mestiere dell’attore è imparare a disimparare. Imparare diventa tecnica. Invece bisogna mantenere l’inesperienza. E chi vorrebbe essere inesperto ogni giorno? L’attore non guida mai e viene guidato magari da gente che non conosce. È molto doloroso e logorante». Ha concluso con una riflessione profonda: «Essere un attore, come un prete o uno psicanalista, significa sospendere il giudizio e accogliere il personaggio nella luce delle sue motivazioni».

Il premio «Arte del Cinema» e il monologo su La passione di Cristo

In serata, Sergio Rubini ha ricevuto il premio «Arte del Cinema» del Bif&st, consegnatogli da Oscar Iarussi, nuovo direttore artistico della manifestazione. Prima di ritirare il riconoscimento, ha intrattenuto il pubblico con un monologo di circa dieci minuti sugli orrori del dietro le quinte de La passione di Cristo di Mel Gibson: un racconto tutto da ridere, ma non per lui. Un altro momento di grande spettacolo e ironia, a conferma del talento e della profondità dell’artista.

Sergio Rubini riceve il premio «Arte del Cinema»

(Foto uff. Stampa Bif&st, B. Gemma)